Sapori di versi - Pasta coi pomodori al forno di Roberta
Pubblicato da Livia il 14 Luglio 2010 nelle categorie Sapori di versi
Care principesse,
un piatto quasi estivo che racconta però di un Natale, anzi di tanti Natali, uno sopra l’altro, della mia ingombrante famiglia allargata. Che racconta (ma solo di sguincio) degli intellettuali di sinistra romani di quei formidabili anni ’60-70, dove tutto sembrava possibile, compreso il conciliare del comunismo col caviale, Capri coi funerali di Togliatti, la Yugoslavia di Tito e le abboffate di aragosta sul posto. Avevano ragione loro, o hanno ragione questi tempi senza sfumature o contraddizioni? Mi piacerebbe la vostra voce in proposito, la mia è troppo partigiana (naturalmente in polemica ma in appartenenza con i miei cari….).
Intanto la ricetta: era della mamma di Alfredo, gran signora aristocratica e pugliese, che, più brava di noi, cucinava la pasta direttamente in forno insieme ai pomodori, cioè cruda, come si fa con i pomodori al riso e le veniva perfetta,non troppo asciutta né troppo brodosa. Ma è troppo complicata e viene buonissima anche così anche se Alfredo, ogni volta, dice a quella gran cuoca di Roberta che era più buona quella della mamma (che pazienza ci vuole, dico io?). Si può fare anche prima e si può mangiare appena tiepida e va bene per le sere dolci su un terrazzo o sulla bianca veranda pugliese di Annamaria. Comunque viene buona anche a Lecco in una buia sera d’inverno, e piace persino ai figli.
Che volete di più? Buon July a tutte voi, Sirene del mare in tempesta.
Pasta coi pomodori al forno di Roberta
Si muove lì in cucina con la sua mano certa
è stata mia maestra, di nome fa Roberta
E’ un piatto di famiglia, un primo ed un contorno
Pasta coi Pomodori ed Erbe varie al Forno
E’ stata direttora di Rai e Radio Tre
cucina per chi conta e fa tutto da sé
A Roma le sue cene sono richieste assai
ma Alfredo a volte dice “come mia mamma mai”
E’ scesa giù dal Veneto nei tardi anni cinquanta
lei era una bellezza tra un diavolo e una santa
Ha avuto due mariti, il primo fu mio padre
ha fatto non per poco da mia seconda madre
A Monteverde arrivano statisti e direttori
per incontrare Reichlin ma anche i pomodori
Che son divisi in due e messi in una teglia
con l’olio e tanto origano il gusto si risveglia
Si mettono nel forno con pane grattugiato
il fuoco è molto alto, l’aspetto bruciacchiato
Intanto le pennette si cuociono un po’ al dente
e quando lei le scola son dure e un po’ si sente
Le si condisce in fretta con olio e tante erbe
la buccia di limone per dare un tocco serve
Ora di nuovo in forno, a strati i pomodori
poi le pennette ancora, sprigionano gli odori
Venti minuti appena, suonano alla sua porta
sono D’Alema e Scalfari che portano una torta
Arrivano i Fabiani, che sono amici assai
Manzella, come sempre non ci si scorda mai
Sono importanti e siedono nel luogo più richiesto
c’è pure qualche giovane con l’occhio molto lesto
Il cibo è buono e tanto, condito di politica
nessuno, a fine pasto, si è fatto l’autocritica
Ingredienti per 6/8 persone:
1 Kg. 1/2 di pomodori non troppo grandi tagliati a metà conditi con olio, origano, maggiorana alloro e, sale, pane grattugiato (in forno a 200° disposti in un solo strato per mezz’ora)
600 gr. di pasta corta da cucinare al dente (6’/8’ minuti)
condire con abbondante olio, basilico, buccia di limone grattugiata e altre erbe a disposizione
poi di nuovo in forno per 20’ uno strato di pomodori, uno di pasta, finire coi pomodori
facoltativo:
filetti di acciughe, dadini di mozzarella
Roberta vive e lotta insieme a me da quando sono bambina. E’ la madre di mia sorella Silvia, è stata la moglie di mio padre, da quasi trent’anni è la consorte di Alfredo Reichlin, mitico dirigente del PCI prima, del PDS poi, dei DS un pò e infine pensionato (ma con onore) dal PD, che dei padri fondatori in fondo se ne frega. Ha lavorato una vita nella cultura, nel teatro e nella televisione ed è stata la mia Mentore in cucina. Di che vita abbiamo fatto insieme narro le storie anche in altre ricette (Pasta coi Broccoli, Pollo con le Mele).
Siamo stati una famiglia allargata e di sinistra negli anni ’60 e ’70. In fondo lo siamo ancora perché anche negli ’80, ’90 e nel nuovo millennio non abbiamo mica scherzato. Mio padre era divorziato dalla terza moglie, mia sorella si è separata dal secondo compagno, mio fratello ha una nuova moglie e due altri figli piccoli, la figlia di Alfredo, Lucrezia (la più bella extra parlamentare di Roma nei fine anni ’70 e la più bella economista transfuga ancora adesso) ha adottato insieme a suo marito belga una bambina cinese e, nel frattempo, ha divorziato anche dal marito belga , io sono appagata ma solo dal secondo marito e dal secondo figlio. Pietro, l’altro figlio di Alfredo e Luciana Castellina, è il più quieto di noi con sua moglie e i suoi due figli ma chissà. Ogni anno a Natale (anzi il 23 perché poi ognuno ha altri tre Natali da affrontare) ci ritroviamo tutti nella loro bella casa di via Dandolo, Monteverde vecchio, Roma. E’ a casa loro che si inaugura per tutti la lunga kermesse natalizia: fratelli, figli, nonni, nipoti, talvolta ex coniugi, bisnonne arrivano a frotte a casa Reichlin. Noi arrivavamo da Milano (oggi più comodamente da via Paisiello), in ritardo (dipendeva dall’interminabile coda in autostrada e il viaggio poteva durare dalle quattro ore alle diciotto), affannati, coi bambini ogni anno un po’ più grandi, coi regali divisi in buste (Natale da Roberta, Natale dalla mamma, Natale dai Sircana etc.) vestiti bene se nessuno aveva vomitato in macchina. La casa, su due piani, è calda, illuminata, festosa. Ognuno depone decine di regali, con la scusa dei bambini. Alfredo guarda disapprovando il nostro sfrenato consumismo ma in fondo è contento perché Roberta lo ha reso un grande patriarca, con tutti questi figli, nipoti, fidanzati, mariti, acquisiti e non. Antonietta, la loro storica cameriera (o, più politically corret, collaboratrice domestica), annuncia che la cena è servita mentre i bambini urlano e si contendono i regali, visto che per ognuno che cresce ce ne è un altro che è arrivato. Ogni tanto cambia un marito, una fidanzata, un compagno. Ma lo zoccolo duro resiste e il nucleo primordiale della prima delle famiglie allargate è sempre lo stesso. I figli di Alfredo sono cresciuti insieme a noi, perché lui e papà, prima del giro di valzer delle mogli, erano grandi amici e passavamo ogni anno le vacanze insieme in Yugoslavia, Grecia, Capri Sicilia o quant’altro fosse intellettuale, gaudente e di sinistra. Ora ci vediamo poco, siamo invecchiati, ma ognuno di noi tiene a questo festa rumorosa e allegra, dove inevitabilmente qualcuno è in crisi. Roberta è una vera padrona di casa e a Natale si mangiano blinis col caviale e panna acida, l’incredibile pasticcio di sua madre (una torre dorata enorme dalla crosta semi dolce e all’interno pasta condita con beshamelle, funghi e un ragù complicatissimo), gigantesche mozzarelle e provole di bufala fresca, carciofi, pinzimonio, dolci e mandorlato veneto. Quando eravamo bambini e lei sposata con papà, il menù, in fondo, non era molto diverso ed era altrettanto lussurioso: salmone, paté, caviale nero e rosso per gli antipasti; tortellini in brodo di cappone; tacchino farcito di castagne, prugne e salsiccia; patate al forno; insalata brasiliana (allora una vera novità e copiata dal Toulà) con avocado, palmito, mais e insalata belga; frutta secca, dolci e anche allora, in onore delle origini padovane di Roberta, mandorlato veneto; champagne. C’erano anche Alfredo e i suoi figli, qualche amico spurio e, aspettando mezzanotte, si giocava al Gioco dell’Oca disegnato da mio padre, dove eravamo tutti protagonisti e che finiva in un mappamondo dominato da una grande Falce e Martello dorata con sopra scritto: “Il mondo è comunista, il denaro non ha più valore, puoi prendere tutto!”. La proprietà privata, nel nostro Gioco dell’Oca, era abolita definitivamente. Ed io, bambina, mi chiedevo come avremmo mai fatto a dividere quelle poche scatolette di caviale con tutti i comunisti proletari d’Italia nella notte più cattolica dell’anno. Ringrazio loro di essere stati contradditori sì, ma goduriosi sempre. E a Natale, mi abboffo di caviale senza neanche un complesso di colpa di sinistra.
P.S.: L’Architetto,come lo chiamava Arrigo Cipriani -mio padre- è morto dieci giorni fa. E’ stato un padre ingombrante, impossibile, difficile, formidabile. Ci ha lasciato un lessico familiare e un’ironia unici, molta cultura, molta leggerezza, un gran palato, molti debiti e un mostruoso egoismo (il suo). Non eredito niente se non i piatti col monogramma disegnati dal bisnonno, un Lenin di bronzo, un ritratto a matita della nonna, un libro su Marilyn Monroe di Norman Mailer e una lampada anni’40. Sulla sua lapide della austera tomba di famiglia nel cimitero monumentale di Torino, ci ha chiesto di scrivere: Carlo Aymonino, architetto e comunista. Ma vuoi mettere che risate. Forse invece lo travaseremo direttamente in una bella bottiglia di vodka gelata. Ti voglio bene papà.
3 Commenti a “Sapori di versi - Pasta coi pomodori al forno di Roberta”
Lascia il tuo commento
Se sei una Queen Mother, effettua il login con nome utente e password prima di commentare.Se non sei una queen e vuoi lasciare un commento, leggi Disclaimer e Privacy Policy






15 Luglio 2010 alle 4:16 pm
Mi hai fatto ricordare di un piatto che avevo assolutamente dimenticato dalle caratteristiche simili e molto comodo per una cena estiva, si può fare anche d’inverno ma viene buono e saporito con i pomodori maturati al sole. La ricetta la racconto così, a spanne perchè bisogna sempre aggiungerci qualcosa di proprio…
Bisogna fare una bella e abbondante insalata di pomodori maturi, di quelli rossi che “cacciano” tanta acqua, condirla bene con tutte le erbette, tanto sale e tanto olio,aglio e tanto sapore… lasciare il tutto per una mezz’ora a riposare. In un pirex ungere la base, fare uno strato pomodori da alternare con uno starto di bucatini crudi, poi ancora pomodori, bucatini e chiudere con pomodori tagliati a fette rotonde, colarci sopra tutto il sughetto e spruzzare con il pangrattato. Infornare il tutto per 1 ora a forno caldo ma non bollente, la pasta si deve cuocere con il sugo dei pomodori quindi non si deve asciugare troppo in fretta. Può essere utile coprire il piatto per la prima mezzo’ora con la carta argentata.
15 Luglio 2010 alle 5:37 pm
Sapevo che c’erano, ma non sapevo dov’erano. Sarei stata me stessa nel vostro clan! Io che invece guardavo la mia avara famiglia e mi chiedevo se per caso mi avevano scambiato in culla…
Torino, anni ‘70, i comunisti non erano come tuo padre, ma operai incazzati neri. I nobili, gli intellettuali torinesi (quelli simpatici) migravano a Roma. Quelli che restavano erano monarchici. Uomini sfigati e donne chiattone. Ironia zero!
29 Luglio 2010 alle 10:54 pm
Non entro in merito…comunisti…non comunisti…monarchici…falci e martelli qua e la…ma sento l’ironia…e la strana armonia della tua numerosa famiglia allargata…sento anche i sapori e vedo i colori dei tuoi bei Natali. E’ sempre un piacere leggere le tue ricette e dare loro una collocazione!! Fantastico, quest’estate la proverò e ti farò sapere il mio lessico familiare..del momento. Saremo sicuramente di meno comunque difficilmente meno di una quindicina, si parlerà poco di politica, almeno lo spero visto che tenderei ad essere un filo anarchica. Chissà argomenti interessanti ne troviamo sempre..aiutati da una buona tavola ed un ottimo vino. Baci a Livia